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    Myss Keta al Wired Next Fest: “Le divisioni sono sempre stupide”

    Myss Keta al Wired Next Fest: “Le divisioni sono sempre stupide”


    “Una donna che conta, una bionda che abbonda“, per citare uno dei suoi successi, Myss Keta è salita sul palco del Wired Next Fest 2019 di Milano con la sua mascherina d’ordinanza e un abito rosso fasciante. Prima icona underground milanese e poi...

    “Una donna che conta, una bionda che abbonda“, per citare uno dei suoi successi, Myss Keta è salita sul palco del Wired Next Fest 2019 di Milano con la sua mascherina d’ordinanza e un abito rosso fasciante. Prima icona underground milanese e poi fenomeno virale del web, in questi ultimi anni si sta ritagliando sempre di più il suo spazio sulla scena musicale italiana. Il suo ultimo album Paprika, uscito lo scorso 29 marzo, è un mix di nuove versioni delle sue hit e pezzi inediti, spesso frutto di collaborazioni con artisti come Mahmood, Gue Pequeno e Elodie.

    È significativo che ora sia ospite nei giardini di Porta Venezia, luogo immortalato da un suo brano diventato fortemente rappresentativo della sua discografia: “Quel pezzo l’avevo fatto uscire su YouTube con un sample di cui non avevamo in realtà i diritti, quindi è stato rimosso subito. Ora che ce li abbiamo l’ho fatta uscire in Paprika con una versione in cui abbiamo integrato i concetti di tante artiste femminili come Priestess e Elodie“. Ma cosa ci vuole per essere una ragazza di Porta Venezia? “Ci sono delle rigidissime selezioni psicofisiche perché bisogna saper reggere il palco“, scherza lei. “In realtà devono essere delle persone che accettano completamente sé stesse, non hanno paura di mostrarsi per quelle che sono“.

    La caratteristica fondamentale di Miss Keta è quella di non rivelare mai il suo volto: “Il mio progetto va avanti dal 2013 e mi fa crescere in prima persona di continuo, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione del corpo. Non avendo un viso, una mimica facciale, ho dovuto iniziare a esprimermi col mio corpo a un’intensità 10x“. Questo itinerario espressivo raggiunge il suo apice massimo nell’ultimo video per il brano Pazzeska: “Volevo utilizzarlo come strumento politico spesso in Occidente lo consideriamo come una macchina che ci porta da una parte all’altra, invece volevo mostrare sullo schermo una figura primordiale, un’energia primitiva, femminile, archetipica“.

    http://www.youtube.com/watch?v=kMcd_QwRLMk

    In realtà la riflessione sulla femminilità assume per lei un valore controverso: “Vorrei arrivare a una visione in cui non c’è una divisione maschio-femmina, trovo tutte le divisioni molto stupide“, racconta la cantante. “Gli esseri umani hanno cose più importanti che ci uniscono, invece ci concentriamo sulle piccole divisioni (vestirsi in un certo modo, venire da un certo luogo ecc.). Tutti siamo esseri umani, ricordiamocelo al di là delle differenze anche di genere“.

    Quando ha capito che sarebbe diventato un lavoro vero e proprio? “È stata una cosa molto progressiva, nata non dalla volontà di crearsi un vero e proprio lavoro ma piuttosto dalla volontà di migliorarsi sempre. Abbiamo iniziato con Milano Sushi & Coca, poi procedevamo coi singoli e i relativi video, e poi sono venuti gli ep, gli album, i live più costruiti“. Non è uno sforzo singolo, comunque: “Ho la fortuna di lavorare col collettivo Motel Forlanini, è partito come divertimento e uno sfogo rispetto ai nostri singoli progetti lavorativi perché ci permetteva di esprimerci liberamente. Cercare sempre di superarsi ci ha portati dove siamo ora“.

    Ma fra registrazioni, interviste, concerti e tour, Myss Keta non si annoia mai? “Mi annoio quando devo andare in fila alle poste, anche perché c’è la tensione del numerino d’attesa, non puoi neanche leggere un libro sennò ti distrai e perdi il turno“, ironizza. “A parte gli scherzi, bisogna un po’ riappropriarsi della noia. Quando mi fermo dalle mille cose che faccio mi sembra di sprecare il tempo, in realtà quelli sono momenti in cui potermi ricaricare e fare ricerca. La noia può essere utile, è un concetto da rivalutare“. Eppure gli impegni per lei non sono ancora finiti: “C’è un tour in corso a cui mi sto dedicando tantissimo, il 1° giugno sarò addirittura a  Parigi. Mi sta anche risalendo la voglia di rientrare in studio, anche se sono passati appena due mesi dall’uscita dell’album. Ora che l’ansia del parto è andata ho voglia di ricominciare“.

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    Seth Stephens-Davidowitz al Wired Next Fest: “Google smaschera le nostre bugie”

    Seth Stephens-Davidowitz al Wired Next Fest: “Google smaschera le nostre bugie”


    (foto: Ernesto Ruscio/Zoe Vincenti)di Beatrice Beretti Tutti mentono nella vita reale e virtuale, ma c’è un luogo dove nessuno lo fa: i motori di ricerca del web. Quando una persona è nel privato della sua abitazione e digita qualcosa su Google,...

    (foto: Ernesto Ruscio/Zoe Vincenti)

    di Beatrice Beretti

    Tutti mentono nella vita reale e virtuale, ma c’è un luogo dove nessuno lo fa: i motori di ricerca del web. Quando una persona è nel privato della sua abitazione e digita qualcosa su Google, rivela quella che è la sua vera natura. Ecco perché analizzare i dati tratti dai motori di ricerca può essere molto utile per capire la nostra società. Ne è convinto Seth Stephens-Davidowitz, data scientist, che ha lavorato per Google e che attualmente scrive per il New York Times. Il suo ultimo bestseller, La macchina della verità (Luiss University Press), è uno studio sui Big Data e su come possano aiutarci a comprendere meglio le persone.
    “Negli anni passati” – sostiene Stephens-Davidowitz – “se volevi capire gli uomini, le loro azioni e le ragioni di tali azioni avevi un’unica opzione: chiederlo direttamente alle persone. Così si commissionavano sondaggi sul comportamento della gente. Il problema è che le persone mentono: spesso non dicono cosa pensano davvero e cosa hanno intenzione di fare, ma danno risposte mirate a impressionare positivamente l’interlocutore”.

    Un esempio presentato dal data scientist riguarda le intenzioni di voto: “Negli Stati Uniti, subito dopo le elezioni del 2016, è stato chiesto alla gente se era andata a votare. I risultati del sondaggio sono stati confrontati col numero effettivo di quanti erano andati alle urne: più del 50% di quelli che non hanno votato aveva mentito dicendo di averlo fatto”.

    Un altro esempio riguarda le abitudini sessuali delle persone: gli studi sui big data rivelano che donne e uomini indiscriminatamente dichiarano di fare più sesso di quanto in realtà non facciano. Sempre rimanendo nell’ambito della sessualità, il data scientist mette in rilievo un altro aspetto: “A livello mondiale su Google vengono fatte molte più ricerche sul porno che sul meteo, ma nei sondaggi solo meno del 20% delle persone ammette di guardare porno. Gli inglesi sono gli unici al mondo a fare su Google più ricerche sul meteo che sul porno; non so se sia qualcosa per cui dovrebbero essere orgogliosi o per cui dovrebbero vergognarsi, ma così è”, conclude scherzando.

    La conclusione a cui giunge il libro di Stephens-Davidowitz è che i dati ricavati dalle ricerche su Google sono molto più onesti di quelli ricavati dai sondaggi tradizionali. Prendere coscienza di ciò serve per poter utilizzare i big data in maniera proficua, per esempio per predire i risultati delle elezioni. “Se chiedi alle persone se andranno a votare” – spiega il data scientist – “tutti rispondono di sì, ma le ricerche effettuate su Google alcune settimane prima delle elezioni per sapere come e dove votare dimostrano con maggiore accuratezza quanti effettivamente hanno intenzione di recarsi alle urne”.

    Un’altra utile applicazione dei big data riguarda la possibilità di predire i suicidi. “È triste, ma non sorprendente che le persone si rivolgano a Google quando pensano di suicidarsi” – afferma Stephens-Davidowitz, “Chi ha quell’intenzione spesso fa ricerche su come metterla in pratica, o dove chiamare per avere aiuto. Le ricerche Google sul suicidio predicono il tasso di suicidi in maniera molto più accurata di quanto non faccia la statistica tradizionale. Quindi se si riesce a ottenere in tempo questo tipo di informazioni forse si possono aiutare molte più persone in difficoltà”.

    Altre scoperte interessanti del data scientist riguardano il razzismo: “Se si chiede alla gente in un sondaggio se è razzista, nessuno risponderà di sì. Io, però, sono andato ad analizzare le ricerche su Google e sono rimasto scioccato da quante persone fanno ricerche razziste. In particolare, ho studiato le ricerche che includono la N-word (nigger, termine dispregiativo per riferirsi alle persone di colore). Sono rimasto scioccato da quanto facilmente la gente usi questa parola. Le persone, però, nei sondaggi non ammetterebbero mai di avere questa abitudine. La maggior parte delle ricerche riguarda barzellette per prendere in giro le persone di colore. Le aree degli Stati Uniti dove ci sono più ricerche razziste corrispondono a quelle dove il presidente Barack Obama era meno amato e dove le persone di colore sono vittime di discriminazioni”.

    Stephens-Davidowitz non manca di fare un cenno all’attuale presidente del suo paese: “Donald Trump dice molte cose che io e tanti altri giudichiamo razziste, per esempio riporta spesso false statistiche sull’alto numero di crimini commessi da persone di colore e ha l’appoggio di membri del Kkk, il Ku Klux Klan. Quindi io e gli altri ci chiediamo come la gente possa continuare ad appoggiarlo dopo tutte le cose razziste che ha detto, ma sembra che più dica cose razziste e più aumenti il suo consenso tra gli elettori”. Se si guardano studi recenti sui dati presi da Google si scopre che quelle aree dove si fanno più ricerche razziste sono le stesse dove Trump raggiunge il più alto seguito. “Questo vuol dire che negli Stati Uniti ci sono tanti che sono segretamente razzisti, un fatto che i sondaggi non sono in grado di rivelare”, conclude il ricercatore.

    Stephens-Davidowitz avverte, però, di non credere che tutti i big data siano ugualmente utili, perché se è vero che le persone sono sincere con Google, non lo sono altrettanto quando scrivono su social media come Facebook. “Le persone non sono oneste su Facebook“ – mette in guardia il data scientist – “perché su Facebook a differenza di Google tutto quello che posti è di pubblico dominio: gli altri vedono dove metti i like e cosa condividi. Facebook mostra le vite di tutti come fossero bellissime, piene di eventi interessanti, si ha una visione completamente diversa da quella che è poi la realtà”.

    Un esempio che dimostra come i dati presi da Facebook non abbiano alcuna corrispondenza con la realtà viene dal confronto di due periodici americani: The Atlantic, una testata di alto livello che si occupa di attualità, filosofia, teoria politica e poesia, e The National Enquirer, un periodico di destra che si dedica al gossip. “Noi sappiamo quanto popolari sono queste testate” – racconta Stephens-Davidowitz – “perché abbiamo dati su quante persone negli Stati Uniti comprano questi magazine: si è scoperto che il National Enquirer è tre volte più popolare di The Atlantic, perché le vendite sono il triplo. Ma cosa succede su Facebook, dove tutti vedono cosa ti piace? Su Facebook The Atlantic è molto più popolare del National Enquirer, perché i suoi articoli sono condivisi di più di quelli dell’altro magazine. Tutti preferiscono passare per intellettuali che leggono cose profonde, nessuno vuole far sapere di essere interessato al gossip”.

    È possibile anche confrontare i dati provenienti da due diverse fonti, i social media e Google, sullo stesso tema. Stephens-Davidowitz l’ha fatto per vedere come le donne descrivono il proprio marito. È emerso che sui social media le parole più usate di fianco al termine marito sono: al primo posto “il migliore”, al secondo “il mio miglior amico”, al terzo “straordinario”, al quarto “il più grande”, al quinto “così carino”. Per quanto riguarda invece le ricerche su Google collegate alla parola marito l’unico termine a ritornare, e sempre in terza posizione, è “straordinario”, ma gli altri termini più frequenti sono: al primo posto “gay”, al secondo “cretino”, al quarto “noioso” e al quinto “cattivo”.  

    L’uso dei big data non è, però, immune da rischi e manipolazioni: “I data scientist” – spiega Stephens-Davidowitz – “sono in grado di predire con precisione se le persone saranno in grado di ripagare un debito, analizzando le parole usate nel modulo di richiesta”. Se una persona che chiede un prestito usa l’espressione io prometto o parole come Dio e grazie gli studi sui big data dicono che è più alta la probabilità che non estinguerà il debito. “Si può quindi immaginare” – avverte l’ospite del Wired Next Fest – “che qualcuno potrebbe usare questi dati per ottenere più profitti sulla pelle della gente. È inquietante che le persone possano essere punite per il fatto di usare certe parole”.

    Stephens-Davidowitz conclude il suo intervento auspicando anche nel mondo dell’informazione un uso sempre maggiore dei dati provenienti dalle ricerche su Google: “Penso che nel futuro i giornalisti dovranno sempre di più incorporare gli studi sui big data nei loro pezzi di analisi e approfondimento”.

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    Edward Snowden al Wired Next Fest: “È in corso un attacco alla libertà di stampa”

    Edward Snowden al Wired Next Fest: “È in corso un attacco alla libertà di stampa”


    (foto: Ernesto Ruscio/Zoe Vincenti)Edward Snowden è tornato, dopo 4 anni, al Wired Next Fest di Milano. In collegamento video dalla Russia, in una lunga chiacchierata ha fatto il punto sul tema della sorveglianza, sull’uso dei dati e pure sulle sue...

    (foto: Ernesto Ruscio/Zoe Vincenti)

    Edward Snowden è tornato, dopo 4 anni, al Wired Next Fest di Milano. In collegamento video dalla Russia, in una lunga chiacchierata ha fatto il punto sul tema della sorveglianza, sull’uso dei dati e pure sulle sue vicende personali, fino ad arrivare a discutere delle più attuali notizie di cronaca su Chelsea Manning e Julian Assange. Dall’esilio volontario in cui si trova, Snowden continua a dare forma a molti dei più importati dibattiti della società attuale, nonostante paia sempre più evidente che i whisteblower stiano subendo conseguenze personali molto severe per le proprie azioni.

    Il punto di partenza del talk, gestito da Philp Di Salvo, sono state le novità per il mondo del whistleblowing, anche sulla base degli impatti sociali che ne sono derivati negli ultimi 6 anni. “Quando guardiamo a cosa è successo nel 2013 e guardiamo al mondo oggi, in sostanza tutto è cambiato”, ha esordito Snowden. “La differenza tra allora e il 2019 è che ora sappiamo esattamente che cosa sta succedendo. Da Google a Facebook, passando per i governi, se chiediamo a un bambino come facciano a guadagnare le grandi aziende che operano online o come si raccolgono i dati, almeno nella sostanza lo sa. Conosce la risposta giusta, a differenza di prima. Questo ci permette di partecipare tutti insieme alla definizione del nostro futuro, che si tratti di elezioni o di economia”.

    (foto: Ernesto Ruscio/Zoe Vincenti)

    Alla domanda se, dati i provvedimenti dell’Nsa dello scorso aprile contro la sorveglianza, si senta soddisfatto o in qualche modo vendicato, Snowden ha in sostanza risposto di no. “All’inizio il governo disse che voleva cambiare”, ha detto, “ma pochi anni dopo vediamo che nel concreto non è cambiato nulla. Non sto pensando a quel che succede a me, ma è stato frustrante vedere che le stesse dinamiche accadano in Russia, in Cina, in Germania e ovunque. I governi ci mentono, per loro è facile dire che la strategia adottata è la più sicura possibile, mentre invece dovremmo fare una discussione seria su quanto la sorveglianza sia utile e quanto invece dannosa”.

    La conclusione: “Sappiamo che i governi controllano quello che diciamo, quello che facciamo e dove andiamo”, ha continuato, “e la domanda è se vogliamo o meno continuare ad andare in quella direzione. Già quando c’erano solo i telefoni si poteva capire, dai dati raccolti, come ogni persona fosse legata agli altri. Per via di come internet funziona, le cose oggi si fanno molto più complesse. Viviamo in un mondo molto peggiore di quello del 2013 anche perché chi allora si è comportato male non è stato affatto punito per quello che è successo”.

    (foto: Ernesto Ruscio/Zoe Vincenti)

    E si è parlato anche di Italia, in particolare per le nuove norme del 2017 che hanno cambiato le regole sulla conservazione dei dati. Anche in questo caso, però, Snowden ha giudicato i provvedimenti insufficienti: “La più pericolosa tecnologia del mondo odierno è lo smartphone. Tutti i cellulari sono localizzati e si connettono al ripetitore più vicino rivelando dove si è. Negli Stati Uniti il governo tiene questi dati per 5 anni, mentre le aziende possono mantenerli in archivio molto più a lungo. Nulla cambierà finché le nostre leggi non saranno modificate in modo drastico“.

    Si tratta dunque si un problema quantomai globale: “Il problema non è più solo l’Nsa o un Paese specifico”, ha aggiunto Snowden, “ma qualunque governo e soprattutto le grandi aziende. Noi siamo come oggetti su uno scaffale, e oltre a raccogliere i nostri dati veniamo influenzati nel nostro modo di pensare. Il modello di business di internet non è l’informazione, è la sorveglianza“.

    Tra gli argomenti trattati c’è stato anche il caso Cambidge Analytica. “La lezione fondamentale degli scandali di Facebook è che sono la dimostrazione nel mondo reale di tutte quelle situazioni che parevano solo potenziali”, ha detto Snowden. Che ha proseguito: “Possono esserci le regole, può esserci il Gdpr, ma il punto è che si troverà sempre il modo di raccogliere i dati. Contestualizzando negli scandali di Google o di Facebook, vediamo che le compagnie vogliono auto-regolarsi ignorando le leggi nazionali o continentali. Cambridge Analytica ha mostrato che Facebook ha violato i propri stessi termini di utilizzo, e che ne è derivata una manipolazione”.

    Tutto questo era prevedibile? “Se creiamo una tecnologia così potente da cambiare il comportamento umano, sappiamo per certo che ci saranno degli usi distorti di quella tecnologia. La mia grande paura è che non prenderemo provvedimenti contro le grandi aziende del web prima che sia troppo tardi per porci rimedio“, ha chiosato Snowden.

    Nel corso del talk si è parlato anche di Chelsea Manning, delle novità del caso Assange e più in generale di censura e giornalismo. “Il diritto di stampa non è stato introdotto per proteggere i giornalisti, ma è stato creato per difendere tutti noi”, ha ribadito Snowden. “La libertà di stampa è arrivata per proteggere i critici, i dissidenti, ed è da qui che deriva il primo emendamento statunitense”. La parte finale del talk ha visto anche il lancio di un nuovo allarme, quantomai generale: “Vedo un mondo sempre più illiberale. Ed è un tema che riguarda tanto la pena di morte quanto la privacy e le libertà fondamentali dell’individuo”, ha dichiarato Snowden.

    Commentando il caso specifico dei 17 nuovi capi d’imputazione di Assange, Snowden ha messo l’accento su quella che appare essere la nuova linea politica statunitense. “Al netto di tutti i problemi legali dell’equiparazione tra chi invia e chi riceve l’oggetto del whistleblowing, un aspetto in favore dell’amministrazione Obama era la tutela delle fonti che parlavano con i giornalisti, e il rispetto del giornalismo stesso. Ora invece è diverso”, ha specificato Snowden, “ed è una novità assoluta per la storia statunitense: le accuse ad Assange non hanno a che fare con l’aver collaborato con Paesi stranieri o aver rubato informazioni segrete, ma solamente con la pubblicazione della rivelazione più importante nella storia di WikiLeaks. Al momento sono il presidente della Freedom of the press foundation, e devo dire che il governo più avanzato della storia del mondo ora è cambiato“.

    Di fronte alle domande su come interpreti il concetto di resilienza e su come risponda alle critiche che ha ricevuto, Snowden è apparso molto motivato ad andare avanti: “Quando rifletto sulle mie vicende personali penso soprattutto a tutti i tentativi di mettermi a tacere, perché ho criticato le forme di censura o magari il condizionamento delle elezioni. Il punto, che non riguarda solo me, è che l’obiettivo evidente è la minimizzazione dell’impatto dei criticismi. Ed è in questa ottica che si capisce perché in alcuni casi si stia cercando di fare in modo che i più critici non possano più parlare affatto”.

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    Paul Lewis racconta l’ascesa del populismo al Wired Next Fest

    Paul Lewis racconta l’ascesa del populismo al Wired Next Fest


    di Benedetta Minoliti “Questo è un momento storico particolare. Per realizzare la nostra inchiesta siamo partiti da una domanda fondamentale: cos’è davvero il populismo?”. È così che Paul Lewis, associate editor del The Guardian, introduce il...


    di Benedetta Minoliti

    “Questo è un momento storico particolare. Per realizzare la nostra inchiesta siamo partiti da una domanda fondamentale: cos’è davvero il populismo?”. È così che Paul Lewis, associate editor del The Guardian, introduce il suo talk salendo sul palco del Wired Next Fest.

    Noto per la sua premiata inchiesta sulla morte di Ian Tomlinson, il manifestante anti-G20 ucciso a Londra nel 2009, Lewis ha coordinato per il Guardian “The New Populism”, un progetto dedicato all’ascesa del populismo di destra.

    Il lavoro, durato sei mesi, ha portato Lewis a indagare sull’ascesa dei movimenti populisti in Europa attraverso l’utilizzo della tecnologia e dei social media. “Abbiamo visto che spesso il populismo è mal interpretato e per tanti è anche difficile da capire”, ha spiegato il giornalista.

    Internet è un pilastro del nostro millennio e oggi influenza fortemente le opinioni. “I movimenti populisti sono stati bravi a utilizzare i social e le risorse tecnologiche. Sappiamo che i populisti hanno più successo rispetto ad altri partiti ed è così in tutto il mondo”, ha spiegato Lewis. Questa caratteristica, però, allo stesso tempo, si è rivelata un’arma a doppio taglio. “Loro usano la tecnologia per disseminare e divulgare la loro propaganda e, spesso, anche le fake news. Questo significa andare a plasmare la politica”.

    Parlando di fake news, Lewis sottolinea come, negli ultimi anni, si siano fatti progressi per arginarle e per tentare di evitare che si diffondano: “Come abbiamo visto molti stanno introducendo dei nuovi meccanismi per identificare le fake news, come stanno facendo Facebook e YouTube”.

    YouTube è stata sicuramente una delle piattaforme più utilizzate per diffondere messaggi propagandistici. In particolare, con l’elezione di Donald Trump nel 2016, in rete e sulla piattaforma i video politici sono aumentati a dismisura. “Ci sono tantissime persone che hanno un assaggio di politica solo in rapporto ai video che guardano su YouTube. Anche qui la politica viene plasmata e cambiata. La maggior parte dei video che possiamo trovare sulla piattaforma sono stati selezionati dagli staff dei politici. Attraverso questi mezzi si può arrivare a capire chi supporti e chi andrai a votare”.

    Il legame tra politici e social media è sempre più forte. Nella sua inchiesta, Lewis ha analizzato, con team di accademici ed esperti di settore, i discorsi dei politici. “Abbiamo osservato che i leader, anche se non populisti, utilizzano delle frasi comuni, standard”. I movimenti populisti sono raddoppiati in pochissimo tempo nel mondo: ci sono più di due miliardi di persone che credono fermamente nel populismo. “Esiste un fil rouge che lega questi leader, ed è rappresentato dalla tecnologia”, spiega l’editor.

    Secondo Lewis, molto spesso i giornalistici arrivano alla realtà attraverso i social media: “Siamo in un’era digitale, in cui tutti i dati spesso vengono manipolati. Tutto questo è intrecciato con il sistema mediatico. I giornalisti non devono farsi abbindolare dai social network”.

    Sempre per The Guardian, Lewis ha condotto un’importante inchiesta su Steve Bannon, l’ex braccio destro di Donald Trump che ora ha lanciato il suo The Movement, una sorta di scuola di populismo. “La sua influenza nel mondo, e soprattutto in Italia, è stata potente. È una figura centrale”.

    Oggi gli italiani e i cittadini di altri 20 paesi europei saranno alle urne per eleggere i prossimi membri del parlamento europeo. “Bisogna fare il punto su quanti leader politici populisti riusciranno a ottenere un buon resultato in queste elezioni europee. Vi posso dire che i partiti populisti, nel 1998, erano al 7%. Oggi sono al 27%, e probabilmente si arriverà al 31%. Il populismo è cresciuto, ma è fondamentale tenere i nervi saldi”.

    E, infine, Lewis ha parlato del rapporto tra lettori e giornalisti nel suo giornale. “Sappiamo che i lettori ci sostengono, perché molti dei guadagni del Guardian arrivano dalle donazioni. Questo è un aspetto da non sottovalutare, perché cambia tutto”.

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    Mario Calabresi al Wired Next Fest: “Oggi il giornalismo va cercato nelle serie tv”

    Mario Calabresi al Wired Next Fest: “Oggi il giornalismo va cercato nelle serie tv”


    (foto: Ernesto Ruscio/Zoe Vincenti)di Camilla Curcio Smesse le vesti di direttore di Repubblica, Mario Calabresi è salito sul palco del Wired Next Fest per parlare del futuro del giornalismo. Il suo giudizio sull’informazione italiana non è stato,...

    (foto: Ernesto Ruscio/Zoe Vincenti)

    di Camilla Curcio

    Smesse le vesti di direttore di Repubblica, Mario Calabresi è salito sul palco del Wired Next Fest per parlare del futuro del giornalismo.

    Il suo giudizio sull’informazione italiana non è stato, di certo, dei più rosei: “Parlo fuori dai denti. Credo che l’informazione, in Italia, sia eccessivamente anacronistica, fin troppo nostalgica di un modello nato nel Novecento. Troppo spaventata, priva di quel coraggio utile a scommettere su quel che c’è di nuovo”.

    La reprimenda più dura, però, Calabresi l’ha riservata ai gruppi editoriali e alla loro incapacità di aprirsi alla contaminazione e sperimentazione di nuovi modelli, sostituendoli a quella che, per tanto tempo, è stata riconosciuta come la strada maestra. E, a proposito di paura del nuovo e degli effetti collaterali di quest’atteggiamento così conservatore da parte del giornalismo nostrano, ha ricordato come, più di 10 anni fa, La Stampa abbia perso una grossa occasione: “Mi dissero che c’era una ragazza, Chiara, che teneva un blog di moda, The Blonde Salad, e avrebbe voluto pubblicare, se fossimo stati disponibili, i suoi post sul sito del giornale. Il team che si occupava di marketing e pubblicità si è dimostrato reticente, si trattava di una sconosciuta e c’erano già giornaliste in redazione che si occupavano di moda. Quella ragazza era Chiara Ferragni e, se 10 anni fa, l’avessimo messa sul sito de La Stampa, sarebbe stato, senza dubbio, un bel colpo”.

    Questo rifiuto dell’innovazione è più colpa dei giornalisti o degli editori? Per Calabresi, le responsabilità stanno in mezzo: “Come nella politica, anche nell’editoria, il nostro paese continua a vivere con il rimpianto del tempo che fu. È necessario avere ben chiaro che il giornalismo non è solo la carta. Può essere mille altre cose, può essere una graphic novel, un video, perfino un festival”. Per citare esempi di nuovo giornalismo, Calabresi ha citato la recensione di Game of Thrones firmata da Zerocalcare su Wired (oltre che un intervento di Camihawke, altra ospite del festival). L’importante, dunque, è non rinchiudersi in un recinto, con la pretesa di recuperare il passato e applicarlo al presente.

    E, in linea con l’evoluzione del mondo, anche l’informazione deve trovare il modo di evolversi. A partire dalla sua mission, che non è, soltanto, quella di “raccogliere l’ultima battuta di Di Maio o Salvini” ma “prendersi il tempo di capire una cosa, chiedersi perché è successa, dove può portare”. Una macchina in continuo movimento che, oggi, bisogna saper trovare e riconoscere in posti, prima, impensabili: “dentro Netflix, in alcune serie tv, nei podcast o nelle newsletter”.

    Strumenti che non vanno etichettati come avversari, perché la vera battaglia del giornalismo si innesca a partire dalla ricerca dell’attenzione dei lettori. “Siamo in competizione con prodotti totalmente diversi e distanti da noi: una serie tv, oggi, può fornire al lettore la stessa soddisfazione in termini culturali che, un tempo, poteva fornirgli la lettura di un quotidiano o di un libro. La mutazione è già avvenuta: si fa molto più rumore facendo informazione live che percorrendo il sentiero tradizionale del quotidiano che arriva in edicola”.

    In ogni caso, abbandonare l’avversione al cambiamento e aprirsi al nuovo non basta. Per Calabresi, la prima qualità del giornalista rimane, al di là di ogni cosa, la curiosità, che “permette di rompere le bolle autoreferenziali, quelle dei social, delle letture che si fanno o delle persone che si frequentano”, accogliendo quella spinta necessaria a sperimentare e a esplorare cose diverse. Il segreto è vedere la penna non solo come uno strumento di denuncia ma di constructive journalism, “un modo per raccogliere esempi e storie positive, per mettere in chiaro che mostrare un’altra Italia è possibile”.

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    Giacomo Rizzolatti al Wired Next Fest: “Dobbiamo rendere i robot capaci di esprimere capacità empatiche”

    Giacomo Rizzolatti al Wired Next Fest: “Dobbiamo rendere i robot capaci di esprimere capacità empatiche”


    (foto: Ernesto Ruscio / Zoe Vincenti)Giacomo Rizzolatti, il neuroscienziato che vent’anni fa ha scoperto i neuroni specchio, è stato oggi ospite al Wired Next Fest. In una sala X gremita di gente, ha portato il pubblico in un breve viaggio alla...

    (foto: Ernesto Ruscio / Zoe Vincenti)

    Giacomo Rizzolatti, il neuroscienziato che vent’anni fa ha scoperto i neuroni specchio, è stato oggi ospite al Wired Next Fest. In una sala X gremita di gente, ha portato il pubblico in un breve viaggio alla scoperta dei segreti del cervello, tra innovazione scientifica e riflessioni sul significato profondo di concetti complessi come coscienza ed empatia.

    Il punto di partenza è stato lo stato dell’arte della ricerca sui neuroni specchio. “Quello che è cambiato in questi anni è che all’inizio sembravano un tipo di neurone un po’ particolare”, ha esordito Rizzolatti, “mentre oggi sappiamo che è un fenomeno molto diffuso, presente anche in molte altre specie animali. Un ricercatore inglese ha dimostrato che lungo la via cortico-spinale ci sono dei neuroni specchio, in aree non solo legate alle aree motorie ma anche emozionali e associate alle cosiddette vitality form, come ad esempio l’affettività“. Tra gli animali citati neuroscienziato ci sono le scimmie, gli uccelli, i ratti (che, data la loro abbondante disponibilità, sono fondamentali per la ricerca in farmacologia) e i pipistrelli, attraverso una scoperta pubblicata sulla rivista Science appena qualche mese fa.

    La chiacchierata sul palco è stata anche l’occasione per risolvere qualche fraintendimento: “I neuroni specchio non riguardano solo la vista”, ha spiegato Rizzolatti, “perché per capire le azioni altrui devo prendere in considerazioni non solo i gesti che percepisco con gli occhi, che sono i primi a cui si pensa quando si parla di specchio. Gli stessi neuroni che si attivano quando una scimmia vede un’azione si attivano anche quando la scimmia ascolta la stessa azione”.

    (foto: Ernesto Ruscio / Zoe Vincenti)

    I neuroni specchio, infatti, sono strettamente collegati a gran parte delle nostre attività quotidiane. “I neuroni specchio non codificano il movimento in sé, ma lo scopo dell’azione, che viene generalizzato al di là dei singoli movimenti”, ha detto Rizzolatti. “Quando vedo un’azione fatta da un’altra persona, ho un modello interno che capisce cosa sta succedendo, sulla base di tutta una serie di azioni che abbiamo già archiviate nel nostro cervello”.

    Ma come avviene questo salvataggio cerebrale? “In alcuni casi, come per le emozioni, l’archiviazione deriva dall’evoluzione. Altre azioni sono invece imparate e acquisite“. Gli esempi non mancano: un pianista che sente le note, un cestista professionista che riesce a capire anche senza guardare se la palla sta per finire nel canestro o meno, un ballerino classico i cui neuroni specchio si attivano quando vede qualcuno ballare, soprattutto se è del suo stesso sesso e compie gli stessi passi a cui è abituato. “Mi piace ripetere che addirittura i migliori commenti calcistici sono quelli fatti dai calciatori”, ha chiosato Rizzolatti.

    L’applauso del pubblico non è mancato quando – proprio a partire dalla cruda cattiveria di certi commenti sportivi – il discorso è caduto sull’hate speech sui social e sul web in generale. “Sono convinto che le parolacce portano violenza“, ha detto il professore, “e proprio per questo dovremmo cercare di eliminarle. Dire che sei uno sciocchino non è la stessa cosa di dire che sei… un’altra parola che inizia per esse”.

    Se di solito i neuroni specchio sono associati (correttamente) al concetto di empatia, in realtà hanno molto a che fare pure con la nostra stessa cultura. “L’imitazione non è una cosa da sciocchi, ma è la base della cultura”, ha detto Rizzolatti. “Se non sono in grado di imitare, non ci può essere progresso. Negli ultimi secoli il numero di neuroni specchio da imitazione è aumentato enormemente, e proprio da lì è nata la cultura e si sono sviluppate tutta una serie discipline tecniche e artistiche“.

    (foto: Ernesto Ruscio / Zoe Vincenti)

    Quando si parla di empatia, l’esempio più semplice è immaginare di vedere una persona che prova disgusto o vomita: come sappiamo, si attivano nel nostro cervello gli stessi neuroni di quando proviamo davvero disgusto. Ma attenzione: “Essere empatici non vuol dire solo qualcosa di positivo”, ha spiegato, “i delinquenti sadici sono fortissimi nell’empatia. Non a caso, se uno è un sadico è perché vuole vedere le emozioni dell’altro”.

    Capire a fondo l’empatia, allo stesso tempo, è uno dei filoni principali su cui dovrà progredire anche la robotica e l’intelligenza artificiale, soprattutto se si tratta di relazione uomo-macchina. “Sono convinto che non possono esserci macchine consapevoli”, ha chiarito Rizzolatti, “ma nella pratica si possono dotare i robot o gli avatar di esprimere capacità empatiche e stati affettivi. Se devo passare un bicchiere d’acqua a una persona anziana, devo farlo con il giusto tatto. I robot non servono solo per fare delle azioni, ma anche per farle nel modo giusto“.

    E come si entra nel territorio del sentimento? “Nel campo sociale conta più il come del cosa“, ha ribadito Rizzolatti. “Noi continuamente rappresentiamo alle persone i nostri stati affettivi, ma i neuro-scienziati finora hanno ignorato questi aspetti. Affinché sia utile, un robot deve avere questa sofisticazione, e finora con un robot non riusciamo affatto ad attivare le aree dell’affettività nel cervello umano. Tra persone nessuna interazione è neutra, mentre con i robot per adesso non accade, nemmeno nei prototipi più avanzati”.

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    Laura Winterling e i segreti degli astronauti al Wired Nex Fest

    Laura Winterling e i segreti degli astronauti al Wired Nex Fest


    (foto: Vincenti/Ruscio)Social, affidabili e curiosi. Gli astronauti in genere sono così e non è difficile quindi capire perché ispirino così tante persone. Parola di Laura Winterling: ceo di Space time concepts GmbH, conosce benissimo il tema. È...

    (foto: Vincenti/Ruscio)

    Social, affidabili e curiosi. Gli astronauti in genere sono così e non è difficile quindi capire perché ispirino così tante persone. Parola di Laura Winterling: ceo di Space time concepts GmbH, conosce benissimo il tema. È stata infatti astronaut support officer e istruttrice presso l’European Astronaut Centre per l’Esa l’agenzia spaziale europea. Detto più semplicemente, Winterling ha contribuito a formare gli uomini e le donne che partecipano alle missioni spaziali sulla Iss (stazione spaziale internazionale). Una posizione di grande impegno ma anche di sicuro privilegio per osservare numerose dinamiche sconosciute al resto del mondo; le racconta alla platea del Wired Next Fest, a cui ha preso parte nella giornata conclusiva con lo speech dal titolo Viaggi spaziali.

    Quali sono i requisiti per selezionare un astronauta? L’addestramento (di durata triennale) è solo l’ultimo stadio. Come spiegato da Winterling “se chiediamo a Google o a Hollywood le caratteristiche di un astronauta sarà una persona a dir poco spettacolare. In realtà ci sono diversi elementi ai fini del training, ma bisogna dimostrare, attraverso dei quiz e dei test, una concentrazione altissima per un lasso di tempo esteso”. Una cosa è certa, non si cerca la perfezione, ma è molto più importante il cosiddetto span dell’attenzione.

    “Siamo più interessati alla parte cerebrale della mente. Vogliamo capire quanto i futuri astronauti ci mettono a fallire e fare bene. Quindi il livello di attenzione è un criterio molto selettivo in questo senso”. Insomma l’eccellenza è meglio della perfezione, spiega la professionista tedesca, e gli astronauti vengono anche valutati sulla capacità di rialzarsi dopo i fallimenti.
    Anni e anni di spedizioni spaziali ci hanno regalato immagini di equipaggi composti da individui di paesi diversi straordinariamente preparati, pronti a condurre esperimenti scientifici e a comunicare al mondo le loro esperienze a bordo della Iss. Tratto comune a tutti, l’entusiasmo. “Il concetto di team -spiega Winterling- è fondamentale. Costruiamo squadre grandi o medie e le testiamo ovunque, dai deserti alle montagne. Ognuno nella vita vuole creare un’atmosfera familiare, in cui a volte bisogna essere mediatori, a volte follower. Gli astronauti passano quindi per diversi step”.
    Il pubblico da casa può solo lontanamente immaginare le emozioni che provano gli astronauti quando, dopo anni di training, decollano da Baikonour verso la Iss. “È un evento incommensurabile, che non si può descrivere. La domanda che si pongono è: quanto aspetteremo per volare? Ma poi il momento arriva. Noi come istruttori insegniamo tutto: come muoversi, come convivere. Così raggiungono il più bel finestrino con vista della loro vita”.

    Winterling garantisce che gli astronauti sono social, ma non nerd, ispirano la platea globale e quindi devono essere affidabili, sono curiosi, perché diversamente non avrebbero potuto nemmeno incamminarsi lungo una strada così complessa. Sono sicuramente anche flessibili: devono adattarsi in condizioni estreme. La metafora la fornisce l’imprenditrice e istruttrice tedesca: “È come andare al camping: non è una location perfetta ma è una sfida. Infatti anche sulla stazione spaziale non ci sono le docce, ti lavi con le salviettine”.
    Insomma, anche se è difficile, nella vita come nello spazio, bisogna provarci: “Amare quello che si fa è la forza nella vostra mente. Bisgona cambiare le prospettive per essere persone migliori”.

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    Beatrice Venezi al Wired Nest Fest: la musica classica ai tempi di Game of Thrones

    Beatrice Venezi al Wired Nest Fest: la musica classica ai tempi di Game of Thrones


    (foto: Vincenti/Ruscio)Milioni di persone seguono con passione serie tv come Game of Thrones o House of Cards. Prodotti di intrattenimento popolare che parlano di amore, potere, invidia, violenza, passione. Sono gli stessi elementi alla base delle...

    (foto: Vincenti/Ruscio)

    Milioni di persone seguono con passione serie tv come Game of Thrones o House of Cards. Prodotti di intrattenimento popolare che parlano di amore, potere, invidia, violenza, passione. Sono gli stessi elementi alla base delle grandi opere del melodramma che, a distanza di qualche secolo dalla loro composizione, spopolano ancora nei grandi teatri mondiali, dal Met di New York alla Wiener Staatsoper. Insomma, perché non provare a pensare che anche la musica classica e i libretti d’opera possono appassionare un pubblico giovane e contemporaneo?  La suggestione arriva, sul palco del Wired Next Fest, da Beatrice Venezi. Diploma al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, Venezi è direttore d’orchestra in Italia e all’estero e ha lanciato recentemente il suo primo libro di divulgazione, dal titolo Allegro con fuoco (innamorarsi della musica classica), edito da Utet Libri.

    Come spiega Venezi, la diffidenza del pubblico, in particolare quello più giovane, verso la musica classica e l’opera nasce “perché non la si conosce. È difficile apprezzare qualcosa, se non lo si conosce. Ma se si riesce a entrare nei meccanismi di queste storie, ci si rende conto di come i pattern narrativi siano gli stessi anche oggi. Boheme è un opera sul precariato emotivo, sentimentale, pari a quello di oggi. È come guardare Friends o How I met your mother”.

    Nella nostra vita di musica classica ce n’è tanta, anche quando non la scegliamo consapevolmente. La pubblicità saccheggia continuamente il grande repertorio classico, ma, si chiede Venezi, “perché non conoscere piuttosto gli arrangiamenti originali?”.

    Nella musica classica c’è una componente popolare forte. E come un tempo si aspettava il nuovo lavoro di Verdi, oggi si aspetta l’ultimo disco di Drake. Ma una grande differenza c’è, riconosce Venezi: “La musica classica ha valenza ancora oggi. Riesci a rivivere ogni giorno in contesti diversi attraverso interpretazioni diverse che danno nuova linfa, nuovo slancio ai classici”.

    Eppure ancora oggi la percezione è che l’opera non sia per tutti, almeno quella dal vivo: questioni di costi, di calendari e programmazione ma anche di coerenza con il contesto generale. Quanti si sentirebbero a proprio agio a Vienna, a Capodanno, in mezzo a esperti e veri appassionati, persone che prenotano il biglietto con anni di anticipo pur di presenziare?

    Lo conferma anche Venezi: “Si è voluto rendere il teatro, l’espressione più alta della musica classica, un rituale elitario. Sbagli ad applaudire e ti fulminano, ti fanno sentire un ignorante. Poi ovvio che una persona non torni a teatro. Io stessa conduco piccoli esperimenti: ho usato Instagram per avvicinare il pubblico a contenuti che sono generalmente sotto una campana di vetro e ho chiesto di omaggiare Giacomo Puccini al Lucca Summer Festival, dove si è esibito il gotha del rock e del pop mondiale. Come mai, se dico che sono lucchese all’estero, mi ricollegano a Puccini (nato nella città toscana, ndr) e se lo dico in Italia, mi ricollegano al Lucca Comics Fest, che pure è un’eccellenza?”.

    Un futuro ci sarà sempre per la musica classica e il melodramma, merito di storie universali che vincono il tempo. Tuttavia, per allargare il pubblico, dice Venezi, “bisogna cambiare il contenitore del contenuto”.

    Anche nel mondo della musica classica, e della direzione di orchestra, esiste un tema di discriminazione? “Credo che il problema non sia uomo/donna ma un sistema tendenzialmente non meritocratico che si declina in varie forme. Poi certo ci sono pregiudizi, una donna leader non era pensabile, ma ci siamo smarcati da questo pensiero”, sostiene il direttore.

    Per dirigere ci vuole polso e alla Venezi non manca. Lo dimostra quando risponde sull’annoso tema della declinazione al femminile dei nomi di professione. Venezi non vuole essere certo chiamata direttrice d’orchestra, ma direttore proprio come Riccardo Muti, Zubin Metha o Esa-Pekka Salonen. “Parto dal presupposto che non bisogna sottolineare il genere. La figura è quella del maestro, storicamente. Non credo possa servire alla parità di genere andare a declinare al femminile i nomi delle professioni. In italia si pensi basti questo ma il lavoro da fare è altro”. E anche sulla polemica che coniuga femminismo e grammatica cala il sipario.

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    Silenzio elettorale, l’Agcom scrive alle prefetture: vale anche sul web

    Silenzio elettorale, l’Agcom scrive alle prefetture: vale anche sul web


    Il commissario dell’Agcom Antonio Nicita al Wired Next Fest 2019 (foto: Zoe Vincenti)I politici devono rispettare il silenzio elettorale anche sui social network, che sono a tutti gli effetti luoghi pubblici. Silenzio al contrario violato in alcuni...

    Il commissario dell’Agcom Antonio Nicita al Wired Next Fest 2019 (foto: Zoe Vincenti)

    I politici devono rispettare il silenzio elettorale anche sui social network, che sono a tutti gli effetti luoghi pubblici. Silenzio al contrario violato in alcuni casi dopo lo stop alle campagne per le elezioni europee. È questa l’interpretazione della legge sul silenzio elettorale che l’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) ha messo nero su bianco in una lettera spedita ad alcune prefetture e al ministero dell’Interno, da cui dipendono, due giorni fa, prima del fatidico gong suonato alla mezzanotte del 24 maggio per segnalare lo stop alla propaganda elettorale. Lo ha rivelato al Wired Next Fest, il festival dell’innovazione di Wired in corso a Milano, Antonio Nicita, commissario dell’Agcom.

    La missiva dell’authority prove a sciogliere il rebus di interpretazione della legge sulla propaganda elettorale: vale anche per il web? Perché, se così fosse, le pubblicità, i post di invito al voto e le campagne che circolano dopo lo stop di venerdì su Facebook, Twitter e altre piattaforme violerebbero la norma. E la lettura dell’Agcom, di cui sono state messe a conoscenza le prefetture, che hanno il compito di far rispettare queste regole, e il ministero dell’Interno, da cui le prefetture dipendono, è che la legge valgono anche per internet e social network, in quanto luoghi pubblici “immateriali”.

    Quella sul silenzio elettorale, ha ricordato Nicita, “è una legge degli anni Cinquanta. Nella legge si parla di manifesti, di riunioni e di propaganda”. Ma negli anni, con l’evolvere dei mezzi di comunicazione di massa, la sua valenza è stata estesa, per esempio alle radio e alle televisioni. Tocca alle prefetture vigilare sul rispetto delle norme e prendere provvedimenti in caso contrario.

    Il web quindi è terra di nessuno? Alcuni politici hanno continuato la campagna elettorale sul web anche dopo lo stop di venerdì. Nicita ha spiegato che “vi sono esponenti del mondo giuridico che sostengono che finché la norma (sul silenzio elettorale, ndr) non viene esplicitamente estesa al web, non si applica. L’autorità ha fatto una sua riflessione, abbiamo chiesto anche un parere alla nostra struttura giuridica, sollecitati da alcune prefetture che dicevano che siccome in passato noi avevamo auspicato che venisse rispettato, questa era la prova che non ci fosse una copertura legislativa”.

    In altre parole, siccome l’Agcom aveva sostenuto di “auspicare” l’estensione delle regole e non l’aveva esplicitamente prescritta, questo avrebbe lasciato campo libero sul web, dove ormai si concentrano i maggiori investimenti per la propaganda elettorale da parte dei partiti.

    “Noi ci siamo chiesti: è davvero necessario avere sempre un adeguamento della norma o ci sono norme che hanno principi così generali, che si possono estendere per analogia al web? – ha spiegato al Wired Next Fest Nicita -. Qui viene da richiamare tutto quello che storicamente è stato fatto da moltissimi tribunali e anche dalla Cassazione penale a proposito del reato di diffamazione. In quei casi si è applicata la legge esistente applicando per analogia il concetti proprio dei social e del web come luogo pubblico, come agorà immateriale”.

    Di conseguenza, per Nicita, “siccome la legge sul silezio elettorale specifica che non bisogna fare propaganda in lugo pubblico e la Cassazione da anni dice che i social sono un luogo pubblico, il combinato disposto di queste due cose dovrebbe far pensare che c’è una violazione del silenzio elettorale anche sul web. Questa è la mia personale posizione”. Per questo, ha concluso il commissario, “l’Autorità ha scritto qualche giorno fa ad alcune prefetture mettendo in copia il ministero su questa tipologia di possibile interpretazione. La responsabilità però sta in mano alle prefetture”. La partita è aperta.

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    I ritratti dei protagonisti del Wired Next Fest 2019


    Dal fondatore di Wikipedia Jimmy Wales al ballerino Roberto Bolle, passando per le scienziate Sandra Savaglio e Fosca Giannotti, il fumettista Zerocalcare, il Coo di Mattel Richard Dickson, l’attore AlessandroBorghi e la giornalista Lucia Annunziata....

    Dal fondatore di Wikipedia Jimmy Wales al ballerino Roberto Bolle, passando per le scienziate Sandra Savaglio e Fosca Giannotti, il fumettista Zerocalcare, il Coo di Mattel Richard Dickson, l’attore AlessandroBorghi e la giornalista Lucia Annunziata. Sono alcuni degli ospiti del Wired Next Fest 2019, fotografati da Umberto Costamagna.

    E ancora tanti altri: Carlo Cottarelli, Elio Germano, Charlie Charles, Elio, Guido Tonelli, Yotobi, Elodie, Federico Faggin, M¥ss Keta, Andrea Guerra, Mario Calabresi, Alessandro Baricco, Beatrice Venezi, Camihawke e Levante. Ecco a voi i ritratti di chi ha solcato il palco del Wired Next Fest 2019.

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    Come preparare un’azienda alle sfide del 2033

    Come preparare un’azienda alle sfide del 2033


    Tre gli aggettivi dell’industria del futuro: sensibile, resiliente, innovatrice. Con questi criteri il gruppo Cap, gestore del servizio idrico in provincia di Milano, Monza, Pavia, Varese e Como, ha deciso di presentare il suo piano strategico al...

    Tre gli aggettivi dell’industria del futuro: sensibile, resiliente, innovatrice. Con questi criteri il gruppo Cap, gestore del servizio idrico in provincia di Milano, Monza, Pavia, Varese e Como, ha deciso di presentare il suo piano strategico al 2033. Nella cornice di casa Ambrosetti, si sono trovati a discuterne intellettuali, giornalisti, economisti, sociologi. Obiettivo comune: rintracciare le linee dell’industria che verrà e, per questo, tracciare alcuni scenari attuali. Geopolitica, ambiente, diseguaglianza sociale. Un respiro ampio utile a comprendere il contesto in cui oggi gli imprenditori guardano agli anni a venire.

    La geopolitica e l’industria italiana

    Lo spettro delle sanzioni americane verso la Cina rischia di indebolire l’Europa. Il presidente Xi Jiping potrebbe svincolare il problema, spostando gli ordini cinesi dall’Europa agli Stati Uniti per accontentare il tycoon dell’America first. E dopo l’impero orientale il presidente Trump chiederà conto al surplus tedesco con la minaccia di ulteriori sanzioni. Germania che rimane il primo paese export per l’Italia che, ovviamente, soffrirebbe in maniera diretta di una simile mossa a stelle e strisce.

    Queste sono alcune delle riflessioni che Federico Rampini, corrispondente negli Stati Uniti per Repubblica, ha offerto al pubblico presente. Quello che avviene all’estero ha delle ricadute significative sull’economia italiana e, quindi, sull’industria che lavora oggi e che deve programmare le sue attività. E allora non si può non tenerne conto, rafforzando la propria capacità di resilienza.

    La resilienza delle imprese

    A questa si somma l’urgenza della sostenibilità ambientale, economica e sociale che Enrico Giovannini di Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile ha messo in risalto. La competitività tra Paesi e, quindi, anche nel business oggi passa anche da questa emergenza. L’agenda globale delle Nazioni unite ha indicato 17 obiettivi, definiti sustainable development goals, per una visione integrata dello sviluppo sostenibile, basata su quattro pilastri: economia, società, ambiente e istituzioni.

    Alcuni nodi da sciogliere per stimolare lo sviluppo industriale sono la riduzione dei salari medi, l’aumento della povertà e l’impatto sull’occupazione dell’automazione. Quest’ultima, assicura Giorgio Metta dell’Istituto italiano di tecnologia, avverrà molto lentamente e molti sono i miti da sfatare sul tema. Non si può parlare di sostituzione tra macchinari e uomini, è un’innovazione che non gioca ad armi pari. I costi di impianti simili sono molto elevati. E i tempi sicuramente molto lunghi.

    Pit-stop per il cambio di gomme

    Ma da subito è necessario un cambio di mentalità. Un esempio fra tutti quello di Pirelli, che sta innovando i prodotti, i processi e il mindset dell’azienda. A partire da un’esigenza: sviluppare l’utilizzo della gomma naturale cercando di rendere il risultato ancora più efficiente. Per farlo l’azienda ha chiamato intorno allo stesso tavolo i fornitori e i competitor per generare una reale catena del valore. Perché altrimenti l’azienda non può gestire in solitaria la rivoluzione sostenibile della gomma naturale. Al contrario, insieme a tutti gli attori avrà un ritorno maggiore.

    Il 2033 del gruppo Cap

    Resiliente, sostenibile e innovatrice: questi i criteri e allo stesso tempo la visione del gruppo Cap, come spiega il suo presidente, Alessandro Russo. Il piano strategico al 2033 tiene conto delle trasformazioni sociali, geopolitiche ed economiche. Il profilo dell’azienda che viene delineato è quello di una realtà vicina al territorio, che favorisca un consumo minore dell’acqua e un suo utilizzo più efficiente e per tutti.

    Qualche numero: nel 2018 sono 199 i litri pro capite consumati ogni giorno. Nel 2033 si punta a 180 litri pro capite. La prima via sarà ridurre la dispersione di acqua nella rete. Oggi sul totale immesso non arriva a destinazione il 24% di acqua, nel 2033 tale percentuale dovrà arrivare al 15%, secondo le proiezioni di Cap.

    In secondo luogo, gli investimenti in innovazione aumenteranno esponenzialmente. Se oggi per l’automazione e la robotica vengono spesi 5 milioni di euro, nel 2033 saranno messi a budget 50 milioni di euro.

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    Lucia Annunziata al Wired Next Fest: “Tranquilli, l’Europa è too big to fail”

    Lucia Annunziata al Wired Next Fest: “Tranquilli, l’Europa è too big to fail”


    (foto: Zoe Vincenti)di Matteo Serra Dai suoi esordi da giornalista di esteri al rapporto odierno tra la politica e il giornalismo, passando per le elezioni europee, capaci di dirci molto sul mondo di domani. Lucia Annunziata ha affrontato tutti questi...

    (foto: Zoe Vincenti)

    di Matteo Serra

    Dai suoi esordi da giornalista di esteri al rapporto odierno tra la politica e il giornalismo, passando per le elezioni europee, capaci di dirci molto sul mondo di domani. Lucia Annunziata ha affrontato tutti questi temi sul palco del Wired Next Festival.

    “Fare giornalismo online” – ha detto Annunziata sul palco di una gremitissima sala X – “è come combattere nel Colosseo: il fattore tempo è uno svantaggio e vantaggio: non si può perdere un attimo”.
    La giornalista Rai parla poi dei suoi esordi, quando da inviata in Centro America prima e in Jugoslavia poi ha raccontato il mondo: “Il
    giornalismo all’estero si fa con grande impegno”. Cambiano i tempi e cambiano anche i rapporti tra la politica e i media: “Oggi i politici ricercano ossessivamente i giornalisti perché la politica è diventata il nulla, opera attraverso i media”.

    L’attualità politica oggi si occupa soprattutto di elezioni europee, che Annunziata ha commentato in questi termini: “I 5 stelle non sono né carne né pesce, questo fa di loro di fuscelli presi dal vento. Si può cambiare idea, ma bisogna essere credibili: pensare che il pubblico sia invogliabile solo tramite la comunicazione rende molto fragile la loro politica”. E Salvini? “Nonostante tutto credo che la Lega avrà successo, Salvini riesce a parlare a gran parte del popolo italiano. È molto in sintonia con un pezzo di Italia, quello che non parla più tramite i media tradizionali”.

    È proprio dal modi n cui la stampa italiana sta raccontando queste elezioni che la direttrice di HuffPost trae un’importante lezione: “Bisogna tenere a mente alcuni numeri per capire questa tornata elettorale: a partire da quelli della contrazione dell’economia tedesca. Una volta chi era contro l’Europa votava contro una posizione privilegiata della Germania: oggi contro che Europa si vota esattamente? In queste elezioni andiamo a votare su delle fantasie, su dei discorsi pre-confezionati che non reggono più dopo un anno”.

    C’è però spazio anche per buone notizie, sul palco del Wired Next Fest: “L’Europa è un paese troppo grande per potersi prendere la libertà di distruggersi. Dobbiamo essere meno isterici. Il giornalismo deve immettere buon senso nelle persone, deve evitare che si dicano sciocchezze davanti a tutti. Credo ci sia un eccesso di allarmismo”.

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